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LA GRANDE STORIA. L' Abissinia a Longobucco.

ARCHIVIO STORICO CENTRO CULTURALE DEL VECCHIO- COMUNE DI LONGOBUCCO.

L’ Abissinia a Longobucco. Storie di guerra e di confino. Le deportazioni di sudditi coloniali in Calabria. L’ atteggiamento del fascismo e del Vaticano.

lL 5 maggio 1936 Mussolini aveva dichiarato la completa sottomissione dell’Etiopia, sebbene gran parte del territorio rimanesse sotto il controllo dei resistenti, aiutati da sacche di popolazione ostilial regime coloniale...

Il 19 febbraio 1937 ad Addis Abeba, nel corso di una cerimonia per festeggiare la nascita delprimogenito del principe Umberto di  Savoia, alcuni ordigni raggiunsero la tribuna centrale ferendo il marescialloRodolfo Graziani, viceré d’Etiopia, e alcuni dignitari etiopici vicini al regime fascista. La dura repressione da parteitaliana seguita all’attentato, nei confronti del vecchio ceto dirigente etiopico vicino all’imperatore e della popolazionecivile, provocò migliaia di vittime, mentre i superstiti vennero inviati in campi di concentramento sulle coste della Somalia.Altri notabili e civili etiopi, circa 400, ritenuti pericolosi e “irri - ducibili”, vennero invece inviati in Italia e confinati in vari centri della penisola, alcuni dei quali in Calabria.  Per la sua posizione geografica, la presenza di numerosi centri interni e la mancanza di strutture viarie, anche durante il ventennio fascista venne scelta come sede di confino e di internamento degli oppositori al regime. Il luogo individuatocibili” etiopi fu Longobucco (ma per breviperiodi anche Bocchigliero e Rossano), paese interno e di montagna della provincia di Cosenza, che assicuravaper la sua posizione geografica e orografica un internamento sicuro. La presenza di questi confinati etiopi nel centro silano si protrasse per un lungo periodo dal 1937 al 1943. Il gruppo di confinati etiopi a Longobucco apparteneva al ceto dirigente amhara di religione ortodossa; tra di loro si contavano direttori generali di ministeri, vice governatori, e personalità importanti come Habté Micael Fassica (ex ministro dei lavori pubblici), Ubiè Mangascià (ex ambasciatore etiopico a Roma) e dal 4 dicembre 1942 ras Immirù Hailè Sellassiè, uno dei personaggi più carismatici e importanti della resistenza etiopica. Una presenza numerosa e attiva quella dei confinati etiopici a Longobucco, ricca anche di numerosi aneddoti, che attirò l’attenzione non solo della popolazione, capace di intrattenere con loro equilibrati rapporti di convivenza, ma soprattutto delle autorità locali e l’interessamento della Santa Sede. Tra la Santa Sede, l’imperatore etiopico Hailè Sellassiè e la Chiesa etiopica erano intercorsi sempre buoni rapporti diplomatici, poche settimane primadell’inizio della guerra lo stesso Pio XI aveva condannato un possibile attacco italiano all’Etiopia definendolo ingiusto.Tuttavia le più alte gerarchie ecclesiastiche italiane attuarono una reale convergenza con le decisioni belliche diMussolini. Lo stesso Pontefice non assunse nessuna posizione ufficiale control’aggressione fascista per non incrinarei buoni rapporti tra Stato italiano e Santa Sede instauratisi con i Patti lateranensi del 1929. Per quanto riguarda i confinatietiopi in Italia, la Santa Sede svolse un’at - tività diplomatica presso le autorità fasciste per favorire concessioni e un regime di internamento meno duro. La Santa Sede in questo contesto agì in maniera diretta attraverso la Segreteriadi Stato o i superiori di case missionarie con esperienze pastorali in Africa. Nella documentazione dell’Archi vio Storico Ministero Affari Esteri, Ministero Africa Italiana, relativa ai confinati etiopi in Calabria, sono custodite infatti alcunelettere di interessamento da parte della Segreteria di Stato vaticana o di ecclesiastici nei confronti degli internati: sitrattava di personalità molto vicine ai pontefici Pio XI e Pio XII. Una di queste lettere (in foto in alto a destrauna riproduzione)venne inviata il 18 novembre 1942 da mons. Giovanbattista Montini, sostituto della Segreteria di Stato(il futuro papa Paolo VI), al nunzio apostolicoin Italia monsignor Francesco BorgonginiDuca (poi cardinale), nella missivasi sollecitava l’interessamento «nei riguardi di Teodros Martin di Uorchneh, figliodellìex-Ministro di Etiopia a Londra. Il Martin, confinato a Longobucco, in provincia di Cosenza, verserebbe in condizionidi particolare disagio economico». A queste sollecitazioni dirette da parte della Segreteria di Stato vaticana facevanoseguito anche delle visite fatte ai confinati dal Superiore Generale delle missioni della Consolata (con sede aTorino) monsignor Gaudenzio Barlassina. L’Istituto della Consolata era lo strumento adatto per verificare le condizioni di vita dei confinati, perché i missionari, infatti, impegnati da decenni in Etiopia, conoscevano bene la cultura e la lingua amhara. Nel febbraio del ‘39 monsignor Barlassina aveva provveduto a inviare ai confinati etiopici di Longobucco «30 copie del Salterio di Davide in lingua etiopica» e nella visita dell’8 agosto 1939 comunicava al Ministrodell’Africa Italiana che: «Il Signor Maresciallo mi ha confermato chesono disciplinati, rispettosi, non si lamentano e non danno alcun motivo di lamenti.Soltanto il Degiazmacc Mangascià Ubiè, avendo lasciato dubbio di non essersi comportato riguardosamente con donne del paese, fu allontanato ed isolato in altra vicina località, con l’autorizzazione del R. Ministero». La proclamazione delle leggi razziali nel 1938, come emerge dalle lettere inviate successivamente da monsignor Barlassina e dalla documentazione archivistica, aveva anche inasprito il trattamento nei confronti dei confinati etiopi a Longobucco che nelle ore di refezione dovevano essere «accompagnati da forza pubblica et non (dico non) siano serviti da personale nazionale »; tuttavia nell'ottobre dello stesso anno il prefetto di Cosenza comunicava al Ministero dell’Africa Italiana che «sia agevolata  l’uscita nel paese». L’ordine di impedire contatti tra indigeni e italiani era pervenuto direttamentedal Duce come attestano le veline trasmesse dal Ministero dell’Interno alla prefetturadi Cosenza. Il regime di internamento però non fu attuato con durezza da parte delle autorità locali, in considerazione anche delle influenti manifestazioni di amicizia dimostrate nei loro confronti da varie personalità nazionali ed estere.Le lettere di monsignor Barlassina fanno emergere come i maggiori disagi dei confinati derivavano dal climafreddo, che causava numerose malattie; dalla diversità del regime alimentare e da un tenore di vita moltospartano causato dai mancati pagamenti da parte del Ministero. La liberazione della Calabria da parte degli angloamericaninel settembre del 1943 riconsegnò agli internati la libertà, finiva un lungo periodo di prigionia, sofferenza e solitudine,alleviato dagli etiopi, nonostante i divieti e le diversità culturali, dalla partecipazione alla vita sociale del paese (recite,lotterie, accademie musicali, funzioni religiose), coltivando amicizie e anche qualche storia di amore di “confine”.Estratto da Il Quotidiano della Calabria del 18 agosto 2012".

*Università degli studi di San Marino

Di Giuseppe Ferraro STORICO

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 ALTRI DOCUMENTI CON LA LISTA DEI CONFINATI ETIOPICI A LONGOBUCCO

LEGGI I DOCUMENTI IN PDF

La Santa Sede. il Fascismo e la questione di deportati etiopi in Calabria ( 1937-43)

Archivio storico per la Calabria e la Lucania

Testimonianza diretta di un confinato a Longobucco

LE FOTO DEGLI ETIOPICI A LONGOBUCCO 

Michele Antonio Scigliano un longobucchese erede di Ras Mangascià.

Atto di Nascita di Michele Antonio Scigliano ( ' U nivuriaddu' erede di Ras Mangascià).

Atto di Cittadinanza Etiopica ( 1963)

Atto di Nascita di Vincenzo Mangascià Scigliano ( Figlio di Antonio morto nel 1984)

Atto di Nascita di Giuseppina Scigliano ( Figlia di Antonio)

La sfortuna di essere l' erede di  Ras Mangascià. ( Corriere della Sera 3 gennaio 1963

Testimonianza video di Don Ciccio Arciprete di Longobucco.

3/25 Aprile 2013 Università della Calabria - Museo della Memoria Ferramonti di Tarsia 24 Aprile 2013 Università della Calabria, Aula Magna

10.30 12.30 Sessione2 Storia
Intervento dello storico longobucchese prof. Giuseppe Ferraro, “ Non solo ebrei”, il caso etiopico (1937-­‐1943).

A CURA DI DOMENICO FEDERICO E MARIO DE SIMONE LPU del Comune di Longobucco