Il Tesoro di Longobucco

 La splendida Argentiera del XVIII sec. realizzata dai grandi maestri di Longobucco custodita gelosamente in Sagrestia nella Chiesa Matrice.

 
Le montagne intorno a Longobucco sono ricche di vari minerali. La galena argentifera veniva già estratta  da Sibariti, Crotoniati e Romani… I primi documenti che riguardano la lavorazione dell’argento risalgono al XI sec. E nel 1197 Enrico VI inviò a Longobucco Pietro Di Livonia, suo familiare per controllare l’estrazione del prezioso minerale. Nel periodo angioino i lavori d’estrazione proseguirono vigorosi e nel 1268 vennero estratte 103 marche e 7 once d’argento puro. I maestri argentari longobucchesi erano famosi per lavori in tutto il Meridione. Famosissimo il Maestro Giovanni da Longobucco il quale realizzò la croce professionale in argento, conservata ancora nel Duomo di san Marco Argentano. Anche Gioacchino da Fiore si recò nella cittadina silana per la lavorazione di alcuni calici. Nel 1505 le principali miniere del regno furono concesse a Galeazzo Caracciolo di Napoli, ma nel 1566 tutto tornò sotto la giurisdizione della Regia Corte. Fra il XV ed il XVI sec. Erano ben cinque le miniere fiorenti nei dintorni di Longobucco, Reynella, Serra Stuppa, Lagonia e Fossi Loco. La Chiesa Matrice (XII sec.) conserva gelosamente in Sagrestia, il vero Tesoro di Longobucco, la splendida Argenteria del XVIII sec realizzata con il minerale locale. Una croce astile in lamine d’argento con pezzi fusi e cesellati in stile barocco con figure ad altorilievo: sul diritto, Gesù Cristo e sul rovescio la Beata vergine Assunta. E’ un lavoro di pregevole cesellatura del 1736. Un secchiello per l’acqua santa con l’aspersorio e un turbirolo di argento sono della stessa epoca.. Tutti e tre sono elencati nelle opere d’arte della Calabria. Una navicella porta incenso con elegante ansa a voluta, cinque calici di argento, di cui due cesellati, due pissidi, di cui una cesellata e due Ostensori  d’argento per il S.S. Sacramento. Nelle antiche  miniere si lavorava da marzo fino a giugno, a gennaio si continuava la lavorazione del minerale rimasto in deposito. Le squadre di minatori erano composte da 6-8 persone con un caposquadra che rendicontava il tutto. Il lavoro di estrazione avveniva in due turni e la galena estratta veniva frantumata al mulino, pulita e trasportata ai forni per essere lavorata. Il minerale veniva posto in un liquido, la “mamma” e collocato per cinque giorni alla fornace del forno soprano. Ne deriva il “piombo d’opera” che veniva poi raffinato nel forno sottano. Dopo due ore il minerale ricominciava a fondere fino a quando non si intravedevano le bolle bianche e luccicanti dell’argento. A quel punto si fermavano i mantici del forno e si raffreddava il tutto con acqua fredda. Recuperato l’argento restavano due qualità di piombo. “gritta” cioè piombo puro e il  “cinerazzo” cioè il piombo misto a cenere che a volte veniva rifuso. Tra i percorsi naturalistici del territorio longobucchese,  “la via delle miniere”, un percorso veloce e sicuro attorno al centro abitato, alla riscoperta del lavoro in miniera e da un paesaggio naturalistico incontaminato.

 

Guarda le foto del tesoro