"U Panaru"

Ci cono “antichi” mestieri che al giorno d’oggi vanno lentamente scomparendo, sono proprio quei mestieri che danno il sapore della campagna, di una vita modesta, fatta di sacrifici, vissuta di tante piccole ma semplici cose.

 

 

 

Andare in campagna immersi nel verde degli orti e vedendo determinate azioni ” porta veramente indietro nel tempo, tutto dipende dall’abilità dell’artigiano, lo zio Ottavio  che con la sua attenzione intreccia e annoda il cestello, “u panaru” . “U panaru”viene iniziato mettendo le stecche di castagno castagno , più larghe a forma di croce, per formare la base. A questa si intrecciano con “u filatu” più sottili fino a formare una ruota, i lati  sono preparati facendo partire altre stecche dal centro come dei raggi ed infine vengono intrecciati per formare “u panaru” ed il manico. Vedere zio Ottavio  che si dedica al suo lavoro trasmette tanta emozione, un’artista mentre con passione realizza la sua opera. U filatu e le stecche di castagno sono messi bagno per otto giorni, “Cosi la posso lavorare come voglio” – dice zio Ottavio, mentre con lo sguardo attento le sue mani continuano a maneggiare la canna con grande abilità e decisione. Il mestiere de “ u sportinaru” va piano piano scomparendo e coloro che lavorano la canna con gesti attenti e precisi sono davvero pochi, oggi sopravvive solo per finalità folkloristiche, ed ecco che molti dei suo prodotti ( ‘ bpagnate, sporte, panari, ecc.) fanno bella mostra nei moderni salotti o nei locali alla moda. Si ha però l’impressione di vedere sottovalutata e banalizzata una delle espressioni più belle del nostro artigianato di pregio.