Monastero di san Giovanni Paliati

Il monastero di san Giovanni paliati e la via della pece.

 

 

 

 

 

 Il Monastero di San Giovanni Paliati e la Via della pece.Per quanto siano oscure le origini di Longobucco,sembra assodato che la fondazione (senza poter indicare una data certa o presunta) sia da attribuire alla migrazione di un gruppo cherisalito lungo il Trionto dalle zone collinari o marine, si sia insediato, a quei tempi senz'altro ameno, sul pianoro ricavato dalla confluenza dei torrenti Manna, Macrocioli e Trionto ed abbia deciso di crearvi un insediamento costituito da capanne o da abitazioni semplici e rudimentali Lo spazio a disposizione, inizialmente, doveva essere senz'altro piuttosto vasto, considerato che sul lato del Macrocioli non esisteva l'attuale baratro, ma il luogo su cui scorreva il torrente era un piccolo avvallamento che si raccordava dolcemente con il pianoro di San Pietro. Il tutto lascia pensare che sia valida la tesi di coloro i quali ritengono che il Macrocioli un tempo sfociava nel Manna, piuttosto che nel Trionto, scendendo giù nella "depressione" costituita dal Fosso. Nella Pianta di Longobucco del 1592, ritrovata nell'Archivio Aldobrandini, si vede, infatti, la presenza di un ponte in legno situato proprio sul "fosso" che consente di congiungere la parte vicino alla chiesa con la zona dell'attuale via Mazzini.Il fatto che Longobucco sia sorto come insediamento di "migranti" provenienti dalla costa jonica, ci pone alcuni interrogativi su quali insediamenti erano presenti o siano stati effettuati e da chi, nel nostro territorio "silano". E' infatti nota la tendenza dei longobucchesi a ricercare rapporti economici e sociali prevalentemente, se non del tutto, in direzione del rossanese. La presenza, lungo il Trionto, di grossi gruppi abitativi (rappresentati dalle frazioni e dalle contrade) e di attività agricole e pastorali , testimonia tale tendenza ed inclinazione.Il fatto che sul lago Cecita, quindi molto vicino ai confini del nostro territorio, sia stato di recente rinvenuto del materiale che ci riporta ad un insediamento preistorico databile tra il neolitico ed l'eneolitico, può costituire una testimonianza importante della presenza dell'uomo, sin da tempi remoti, anche sull'altopiano silano, in relazione, ovviamente ad un'altra direttrice di provenienza, quella della presila cosentina. Perché è impensabile che tali insediamenti siano avvenuti travalicando il gruppo montuoso posto alle spalle di Longobucco in cui svettano monte Altare, il Sordillo e monte Paleparto. Sempre sul lago Cecita e precisamente nella località San Giovanni Paliati (o Paliatico) si trovano i resti del monastero intitolato per l'appunto all'omonimo Santo. Ecco cosa scrive a proposito di questi resti della cui esistenza probabilmente molti di noi non ne sanno nulla, il dr Francesco Cosco su una pubblicazione curata dal Parco Nazionale della Sila."Numerosi ruderi da sempre riattati da pastori e boscaioli, indicano la presenza in passato …di un importante monastero: S. Giovanni Paliati. Ma se oggi compare poco nelle carte geografiche, il toponimo è invece ampiamente indicato sia nella carta dell'ing. Antonio Galluccio del 1663 che in quella austriaca del 1823. Intorno all'antico monastero…numerose località, per alcune centinaia di ettari, sono interessate all'attività estrattiva della resina. Vi si nota ancora la presenza di così tanti fusti di pino laricio resinati da far apparire il resto dell'altopiano relativamente coinvolto nella millenaria attività dell'estrazione della pece….Ecco analiticamente (alcuni) …siti, intorno a quel monastero, tra i più intensamente interessati alla resinazione: località "Tre Pini" posta sull'antica strada carraia che da S. Giovanni Paliati portava a Longobucco, proprio in un punto in cui s'incrocia con un antico tratturo transumante; località "Cozzo del Brigante" procedendo lungo la carraia, da località Tre Pini si perviene ad un secondo antico lotto in cui il bosco è segnato da innumerevoli segni della resinazione; l'esemplare giudicato il patriarca della Sila Grande, ha diviso per secoli la sua linfa con i "seringueiros" dei casali di Cosenza, ma sopravvive, anche se dalle sue piaghe esposte sul lato sud del tronco, nei mesi più caldi dell'anno ancora trasuda la preziosa trementina con gocce del tutto simile all'ambra".

Siamo di fronte ad una testimonianza eccezionale di come siano state utilizzate nel passato le nostre risorse naturali. Oggi, sulla Via della Pece, si potrebbe attivare un itinerario storico-naturalistico a scopo didattico-turistico che consentirebbe di riscoprire aspetti sconosciuti del nostro passato e contemporaneamente di valorizzare un patrimonio culturale ed ambientale unico e raro.